Una terra antica tra tradizione e innovazione
Ieri si è concluso a Siena un convegno promosso dall'Accademia Musicale Chigiana e dall'Università di Siena in onore di Luciano Berio, il musicista scomparso cinque anni fa e quasi cittadino senese visto che viveva a Radicondoli, un borgo tra le colline. A conclusione dei lavori, una lectio magistralis (ma lui detesta questa definizione, mi ha detto) di Edoardo Sanguineti, il poeta che con Berio ha collaborato per oltre quarant'anni. Di seguito pubblico una intervista che gli ho fatto per Left, uscita due settimane fa.
Entrambi giovani e protagonisti di rotture, l'uno nella poesia, l'altro nella musica, Edoardo Sanguineti e Luciano Berio si incontrarono alla soglia degli anni '60. E fu un'intesa immediata, perché, pur senza conoscersi, li univa una ricerca incessante sulla parola e sul suono. Come se Sanguineti scrivesse per essere messo in musica e Berio componesse in funzione della voce umana. E tutto questo per "esplorare nuovi confini", in quegli anni tra la fine dei '50 e l'inizio dei '60, così fervidi di ansia di sapere e di proposizioni creative. "Il linguaggio non era qualcosa di dato, ma qualcosa da riesplorare". E' Sanguineti che racconta gli inizi di un rapporto artistico e di amicizia durato quarant'anni, fino alla morte del compositore avvenuta nel 2003.
Sanguineti e Berio, dunque, all'inizio degli anni '60 avevano già dato prova di sé e si seguivano "a distanza": il musicista aveva letto la prima raccolta di Sanguineti "Laborintus" del ‘56, poi nel '61 i suoi versi dell'antologia i Novissimi, l'avanguardia in letteratura che avrebbe portato al Gruppo '63; mentre il poeta, da vero cultore di musica, conosceva Berio, reduce dai corsi di Darmstadt insieme a Boulez, Stockhausen, Ligeti e Kagel, e fondatore con Maderna dello Studio di Fonologia della Rai.
Sanguineti, come avvenne il vostro incontro?
Conobbi Berio all'inizio degli anni '60. Gli avevano commissionato un'opera dalla Piccola Scala che poi prese il titolo di ‘Passaggio'. Cercava un librettista, per dirlo all'antica, ma aveva in mente un''anti-opera', quindi in realtà cercava qualcuno che gli procurasse un ‘antilibretto'. ‘Passaggio', poi, venne chiamata solo ‘messa in scena' di Sanguineti e Berio, senza la distinzione tra testo e musica, ad indicare simbolicamente questa fusione radicale.
L' intesa personale fu subito molto viva. Si vede anche in ‘Passaggio', una sorta di via crucis profana in cui c'era un solo personaggio definito genericamente ‘Lei' in cui si fondevano due figure femminili: ebbene, lui pensava alla Milena di Kafka, io a Rosa Luxemburg. Il personaggio di ‘Lei' alla fine non è né l'una né l'altra, ma ci sono allusioni abbastanza criptiche, in certi passi, di lettere sia di Milena che di Rosa.
Ognuno di voi aveva operato delle rotture con il contesto culturale.
Sì, avevamo il bisogno di rompere con tutte quelle abitudini, sia ideologiche che culturali, del momento. Quando, per semplificare ho detto un''antiopera', questo corrispondeva molto all'idea di Luciano di ‘offendere' il pubblico della Scala, non di offrire qualcosa che corrispondesse ai gusti, alle abitudini musicali. Voleva essere un'opera che profanava quello che in fondo era il tempio sacro del melodramma italiano. Berio, del resto, appartiene alla generazione di Darmstadt , quella della nuova musica, che, superata quella specie di opposizione che c'era in Italia tra Petrassi e Dallapiccola, tentava con ogni libertà di percorrere strade nuove e a loro modo eversive, con un certo gusto proclamato di provocazione.
Il filo che vi univa passava attraverso il suono?
Certo, Berio era molto legato alla voce umana, per lui rappresentava un problema fondamentale. In fondo anche nelle sue composizioni strumentali c'era come un rapporto che io chiamavo ‘vociferazione'. Anche le famose Sequenze erano delle esplorazioni, delle possibilità, di far parlare uno strumento con la sua storia e l'infinita gamma di dimensioni ancora non adeguatamente suonate. C'era sempre un riferimento a questa sorta di canto implicito.
E per lei si trattava di ridare senso alla parola scritta?
Era una ricerca intrinseca e parallela. Io ho sempre pensato ad una scrittura da eseguire, non solo quando scrivevo testi teatrali. Anche quando la scrittura poteva essere un testo poetico, io pensavo sempre ad un'esecuzione vocale, e quindi il rapporto con i musicisti fu molto ricco. Berio fu il primo e il più significativo, ma ho lavorato poi con altri e ci continuo a lavorare ancora, così come lui lavorava con altri scrittori.
E Berio, che tipo di suono cercava?
Una volta dissi che se non fosse esistita la voce umana, Berio non avrebbe scritto nemmeno una nota (in effetti ci sono musicisti che non hanno mai scritto per voce). Invece in lui era sempre presente questa sorta di implicazione, di sperimentazione delle possibilità comunicative. Quindi il linguaggio era qualcosa da riesplorare nelle sue varie forme, da capo. Tenendo conto di una ricca e complessa storia, ma nello stesso tempo cercando il non ancora detto, il non dettato, ecco, questa spinta verso i confini della comunicazione, sonora e concettuale.
Oggi sente o vede esplorazioni simili?
E' molto difficile fare una diagnosi che sia esaustiva, anche perché viviamo in una globalizzazione culturale. Quando noi cominciammo a lavorare era dominante l'esperienza della musica europea o americana, diciamo pure occidentale, che aveva assorbito da tempo anche elementi estranei alla nostra tradizione, come il jazz, la musica orientale e via dicendo. Ma oggi invece siamo di fronte ad una globalizzazione compiuta e il giudizio su cosa sta accadendo nel mondo implicherebbe una conoscenza molto complessa. Cosa sta accadendo in India, in Cina, o in America Latina? Se mai, si può dire che c'è il tentativo di ritorno, spesso con nostalgia, ad una comunicazione molto più affabile, con una ricerca del successo e del consenso, che non era nelle nostre preoccupazioni. Per noi, se non c'era un rischio, in fondo non era interessante lavorarci. Inoltre, sempre meno esiste la distinzione tra musica di consumo e no. Penso all'amore di Berio per i Beatles o per il folklore, ma oggi, quelle che erano ripartizioni di livello, tendono ad una fusionalità assoluta e questo comporta una difficoltà ulteriore nel modo di espressione.
Donatella Coccoli